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Passo lento, musica nelle orecchie e naso all’insù.
I grattacieli s’innalzano verso il cielo riflettendo la luce di un bel tramonto di fine estate. Il semaforo intima l’alt, mi fermo appena prima delle strisce pedonali e mi guardo attorno, realizzo di essere circondato da persone di mille razze diverse, mondi diversi, ognuno con la propria storia e un posto da raggiungere.
Io, semplicemente, non so dove andare, non ho una meta ben definita. Non devo andare a fare la spesa, non devo incontrarmi con un amico per un caffè, non devo correre per prendere il treno. Mi lascio trasportare dal flusso, rimbalzo da un marciapiede all’altro e penso a quanto sia strano sentirsi completamente solo in mezzo a tante persone, a come tutti abbiano una motivazione nel loro vagare mentre tu sei li, come loro, ma ancora non capisci il perché.
È il mio secondo giorno a Sydney, spaventato dalla sua imponenza e dal suo ritmo, la città sembra un corpo umano e le persone che vedo sono il sangue che scorre dentro questo corpo rendendolo vivo e attivo. Tutto sembra funzionare seguendo un copione ben definito, regolato da un equilibrio tanto fragile quanto infallibile ed io ho quasi timore ad interferire con un meccanismo tanto perfetto.
Provo una certa invidia, sento il desiderio di far parte di tutto ciò che nasce in me. Forse già ne sto facendo parte, anche se in realtà mi sento ancora come un osservatore in tribuna.
La sensazione è quella di aver trovato uno scrigno ma di non aver ancora la chiave per aprirlo e guardarci dentro, lo scrigno è lì davanti a me e sarebbe così semplice già scoprire cosa contiene, poi mi dico che è questione di tempo, ci vuole pazienza e forza. Sono certo che la mia strada si aprirà tra questo groviglio di taxi, persone, ristoranti thailandesi e fast food.
Ho sorvolato nazioni e continenti per arrivare sin qui, downunder, come dicono gli australiani e ora il mio Servizio Civile può cominciare, sono pronto!
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