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Manon in stile Belle Époque
Torna alla Scala l’opera di Massenet diretta da Fabio Luisi proposta nell’allestimento di Laurent Pelly
di Alessandro Mormile - 28/06/2012

FOTO - Una foto di scena di Manon di Jules Massenet.

Nasce nel segno della cattiva stella l'edizione di Manon di Jules Massenet proposta nell’allestimento di Laurent Pelly in coproduzione con il Covent Garden di Londra e il Metropolitan di New York.

Dopo il prevedibile forfait di Natalie Dessay (vocalmente sulla via del tramonto, come ahimè dimostrato nella Manon parigina di pochi mesi fa), e quello dell'altrettanto famosa Anna Netrebko (che fu acclamata interprete di questa stessa messa in scena, sia a Londra che a New York), l'onere di sostenere l'impegnativa parte della protagonista è caduto, per tutte le sette recite in cartellone (in programma fino al 7 luglio), sulle spalle della meno nota ma certo già internazionalmente affermata Ermonela Jaho.
Non ci sentiamo di censurare totalmente la prestazione di questo soprano albanese, che pare calarsi con una certa difficoltà nella vocalità dell'opera francese. La voce, di colore piuttosto scuro e opaco, è percorsa da un vibrato che talvolta le fa perdere il controllo dell'emissione in area acuta. L’immagine che ne deriva è un po' sbiadita, per una parte che richiederebbe, invece, ben altro charme, anche scenico, e una raffinatezza espressiva più rifinita. È chiaro che le caratteristiche vocali, vicine a quelle del soprano lirico piuttosto che a quelle del leggero, la vedono a disagio nella coloratura. Ed ecco che, nel quadro del Cours-la-Reine, la frivola coquetterie del personaggio si arena dinanzi ad evidenti durezze vocali, mentre nei momenti dove la vocalità si carica di lirismo, come nel duetto di Saint-Sulpice, le luci prevalgono sulle ombre e mettono in evidenza la capacità di far vibrare la sensualità febbrilmente appassionata, ma anche di trovare accenti di vera commozione nel finale dell'opera. Si possono forse comprendere le delusioni del pubblico, che si era preparato ad applaudire una delle due suddette prime donne, ma sarebbe ingiusto non riconoscere alla Manon della signora Jaho un risultato nell'insieme più che ammirevole.

Anche il tenore americano Matthew Polenzani (Des Grieux) non è immune da riserve. La voce, oltre a non essere timbricamente delle più belle, ricorre a suoni in falsetto poco ortodossi, ma anche lui porta a casa con onore il ruolo, seppure tratteggiato in maniera piuttosto monocorde.
Russell Braun è un discreto Lescaut, mentre nell'ampio stuolo di parti di contorno vi sono, oltre a Jean-Philippe Lafont (Le comte Des Grieux), veterano della scuola di canto francese ormai con troppe problematicità vocali, i deludenti William Shimell (De Brétigny) e Christophe Mortagne (Guillot).
Della bacchetta di Fabio Luisi, che faceva il suo atteso debutto operistico alla Scala, si è ammirata la versatilità del concertatore attento alle ragioni del palcoscenico, scevro da inutili languori o fronzoli estetizzanti cari ai direttori di estrazione francese, che bada alla concretezza di una narrazione teatrale avvincente e al respiro orchestrale ampio e a tratti febbrile (vedasi il concertato dell'Hôtel de Transylvanie).

Lo spettacolo del regista francese Laurent Pelly sceglie di rinunciare al finto Settecento per ambientare l'opera nel tardo Ottocento, all'epoca in cui l'opera fu scritta. Manon diviene così una sorta di eroina della trasgressione, che infrange le regole della società borghese, come fanno Violetta o Carmen. Le scene di Chantal Thomas sono essenziali, talvolta avvolte in un grigiore un po' plumbeo infranto dai bellissimi colori dei costumi della protagonista, che passano dal bianco avorio, alle sfumature del rosa, fino allo squillante fucsia dell'abito per la scena della casa da gioco, una delle più riuscite dell'opera, immersa in un clima di sotterranea oppressione claustrofobica verde ruggine. Ottimi i movimenti delle scene d'assieme, come è prassi degli spettacoli di Pelly, sempre intelligenti e meditati.

Alla fine successo per tutti, ma molta freddezza all'indirizzo dei cantanti dopo gli appuntamenti solistici più attesi. Manon, senza una coppia di protagonisti adeguata, fatica a decollare.

 
 
 
 
 
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