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Le elezioni amministrative del 6/7 maggio non riguardavano nessuna metropoli, con l’eccezione di Genova, ma tuttavia il loro risultato era considerato importante come cartina di tornasole dell’atteggiamento dei cittadini chiamati alle urne (alcuni milioni, spalmati in modo più o meno omogeneo su tutto il Paese) rispetto alla situazione politica e sociale, in particolare dopo il delicato passaggio politico che nel novembre scorso aveva portato alla caduta del quarto Governo Berlusconi e all’avvento dell’ esecutivo “tecnico” guidato da Mario Monti.
In realtà non dovrebbe essere così, nel senso che, più che alle politiche governative, gli elettori nelle tornate amministrative (ormai solo comunali, dopo la riforma del sistema elettorale delle Province) dovrebbero giudicare i loro amministratori in base ai loro comportamenti nel mandato precedente e ai loro programmi per quello che si apre. In realtà, e a maggior ragione nella fase di crisi economica e sociale in cui ci troviamo, il voto amministrativo è anche un giudizio sulla situazione politica, come lo era stato cinque anni fa, nel 2007, quando il passaggio a destra di numerose città – le stesse per cui si è votato in questi giorni – aveva determinato una forte crisi di rappresentanza del Governo dell’Unione guidato da Romano Prodi, prefigurandone in qualche modo la caduta che sarebbe arrivata nel gennaio successivo spalancando le porte al ritorno al potere della destra.
Uno sguardo ai risultati elettorali permette agevolmente di dire – al netto del forte tasso di astensionismo – che il giudizio più duro gli elettori lo hanno riservato a chi ha governato fino a ieri, ossia il PDL e la Lega Nord, che hanno pagato l’incapacità del Governo Berlusconi di governare la crisi – una crisi di cui l’ex premier ed i suoi avevano a lungo negato fin l’esistenza, o comunque che riguardasse il nostro Paese – nonché alcuni aspetti specifici del profilo dei due partiti.
Il PDL, nato da un’operazione volontaristica di “calderonaggio” delle diverse anime della destra italiana, era di fatto finito fin dall’estate 2010 quando il cofondatore Gianfranco Fini prese una strada diversa da quella di Berlusconi: gli scandali che riguardavano il patron del partito, la litigiosità e la pochezza del gruppo dirigente a livello centrale e periferico, l’evidente incapacità a governare (che ebbe una clamorosa sanzione già la scorsa primavera con la sconfitta di Letizia Moratti a Milano) sancivano le difficoltà insuperabili di un progetto politico mai nato, che fin dall’inizio si riduceva semplicemente ad una persona, Berlusconi, la cui eclissi politica coincide probabilmente con la prossima implosione del partito stesso, già annunciata dal fatto che spesso venivano presentati più candidati Sindaci contrapposti e non sempre ad arrivare al ballottaggio sono stati quelli col crisma dell’ufficialità.
Per la Lega il discorso è solo parzialmente diverso, nel senso che indubbiamente gli scandali che hanno interessato la stessa famiglia di Umberto Bossi hanno inciso e non poco sotto il profilo emotivo, ma più in generale alla base si può dire che vi fosse un reale problema politico. Problema che può essere sintetizzato in questo modo: a che serve la Lega? Ovvero, dopo anni di mitologie, di minacce a vuoto, di rodomontate contro i deboli (in particolare gli immigrati extracomunitari) di promesse meravigliose su un federalismo risolutore di ogni problema, che cosa rimane? Per circa vent’anni il partito di Bossi ha esercitato con fortuna l’antica formula del “partito di lotta e di governo” con cui a suo tempo si autodefiniva il PCI, con la differenza che il partito di Togliatti e Berlinguer non ebbe mai la direzione del Ministero dell’Interno o di quello del Lavoro, ma la retorica, le parolacce ed i gesti volgari non riescono a nascondere il fatto che la lotta non porta a nulla e che l’esperienza di governo è stata pessima. Anche qui, ovviamente, si deve aggiungere un pessimo giudizio su di una classe dirigente spacciata per innovativa e capace ed invece dimostratasi meschina verso i più deboli e non poco rapace nelle prassi di sottogoverno clientelari.
Il Partito Democratico appare quindi come il vincitore di risulta di queste elezioni: vincitore perché ha già ottenuto la guida di molti Comuni e nei ballottaggi i suoi candidati (o quelli da lui sostenuti come l’ “arancione” Marco Doria a Genova) si sono piazzati in posizione confortevole in vista del secondo turno. Di risulta perché, al netto del mancato exploit di un Terzo polo ancora privo di identità, le vittorie sul territorio sembrano essere espressione della mancanza di avversari veri e propri a seguito della liquefazione della destra. Tuttavia il partito di Bersani ha dimostrato nel corso di questi anni di mantenere una capacità reale di radicamento sul territorio, e costituisce il naturale polo di aggregazione dell’opinione pubblica progressista e riformista del nostro Paese, anche se appare ancora deficitario nella capacità di indicare una vera prospettiva di governo in vista delle elezioni politiche del 2013 che dovrebbero sancire i nuovi equilibri politici del nostro Paese in un’Europa ancora pesantemente segnata dalla crisi.
Ha fatto scalpore il risultato dei candidati del Movimento 5 stelle, che in molti casi hanno realizzato degli score notevoli, superando il PDL e la Lega, e addirittura a Parma (dove la precedente Giunta di destra era crollata sotto il peso di numerose inchieste per corruzione) va al ballottaggio alle spalle del candidato del PD. In realtà, al netto delle provocazioni mediatiche anche fastidiose e fuori misura del leader spirituale Beppe Grillo, il M5S esprime l’irritazione di larga parte dell’elettorato (almeno quella che va a votare) contro una classe politica percepita come distante dai problemi reali dei cittadini, avanzando proposte che meritano se non altro di essere discusse.
Per quanto riguarda le province di Milano e Monza (dove si votava per il capoluogo ed il Sindaco uscente leghista non è riuscito a qualificarsi per il ballottaggio) non sembrano esservi elementi che si discostano dal quadro nazionale, se è vero che, nei Comuni al di sopra dei quindicimila abitanti, i tre che vedono già assegnata l’elezione del Sindaco al primo turno (Cernusco sul Naviglio, Pieve Emanuele, Cesano Maderno) vedono vittoriosi i candidati del PD, che strappa Pieve e Cesano agli avversari, mentre in quasi tutti gli altri il centrosinistra va al ballottaggio in posizione di forza. Da riscontrare che a Vimodrone – Comune al disotto dei quindicimila abitanti – viene eletto Sindaco l’aclista Antonio Brescianini, mentre l’aclista Gianni Maiorano chiude in vantaggio il primo turno a Buccinasco, e numerosi altri aclisti vengono eletti nei Consigli comunali.
E’ chiaro ed evidente che, al netto dell’autonomia delle ACLI dai partiti e dalle istituzioni, la ricca presenza degli aclisti nelle Amministrazioni locali dovrà essere adeguatamente valorizzata, come del resto la nuova Presidenza si è impegnata a fare.
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