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FOTO - Nerio Nesi, già ministro dei Lavori Pubblici nel governo Amato, oggi amministratore delegato della Fondazione Cavour.
«Percepisco un crescendo di interesse riguardo al 150° anniversario dell'Unità italiana. Quasi una reazione alla Lega e alla sua ostentata antitalianità. Mi auguro se ne sia accorto anche il presidente della mia Regione, il Piemonte, che mi pare tenti di non eccedere in frasi legate alla secessione. E’ positivo che sia da tempo in atto un tentativo, condiviso tra larga parte del Pd e del Pdl, per dar vita ad un sentimento nazionale che deve significare innanzi tutto senso dello Stato e del dovere». A parlare è Nerio Nesi, classe 1925, ex vice presidente della Crt ed ex presidente della Bnl, un tempo soprannominato il “banchiere rosso”, in quanto da sempre schierato a sinistra, rappresentando, probabilmente, l’ala più progressista del nostro establishment economico. Politicamente collocato nella sinistra lombardiana ed avversato da Craxi, divenne poi parlamentare di Rifondazione comunista e ministro dei Lavori pubblici nel secondo governo Amato (2000-01). Oggi è Amministratore delegato della Fondazione Cavour e in questa veste ha di recente ricevuto a Santena il Capo dello Stato di cui è da sempre amico.
Come giudica la politica di oggi?
Vi è un serio problema etico. Manca un'adeguata classe dirigente anche perché si sono interrotti quei canali formativi che erano un tempo le organizzazioni civili e religiose. Altro che partito “leggero” o altre amenità del genere. Le vecchie sezioni erano comunque dei punti di aggregazione in cui, bene o male, maturava la coscienza civile e politica delle persone. La Lega ha successo anche perché occupa sul territorio spazi lasciati da altri.
La crisi della politica è peraltro un problema europeo. Forse mancano le grandi passioni ideali di un tempo, vi è quasi un disinteresse per la cosa pubblica che segna larga parte della popolazione e la responsabilità è in buona parte della classe politica. Anche della sinistra, cui sento di appartenere. La sinistra non ha saputo perseguire con coerenza un modello diverso da quello capitalistico, si è adeguata, mentre invece il vero riformismo ha come prospettiva quella di superare le ingiustizie e le storture del sistema.
Cosa auspica?
Vorrei un bipolarismo maturo basato su alcuni valori etici e costituzionali condivisi tra i due schieramenti che, ovviamente, devono rimanere alternativi. C’è anche un bisogno di Stato. Le regioni in questo senso non hanno avuto un grande successo. Al centralismo nazionale si è sostituito quello regionale, L’unica carica in cui gli italiani si riconoscono è il sindaco.
A volte si parla persino del sindaco d’Italia….
L’idea del sindaco d’Italia, nel senso del premier eletto direttamente da tutti i cittadini mi preoccupa, perché per definizione il sindaco sta vicino alla gente e non è qualcuno innalzato su un piedistallo. Sono contrario all’elezione diretta del vertice dell’esecutivo e del presidente della Repubblica. Preferisco il sistema parlamentare con l’assemblea come specchio della nazione e della sovranità popolare. Capisco però che l’elezione a suffragio universale possa aver un suo fascino ma l’elezione da parte dei parlamentari mi pare più rassicurante, spesso le masse sono molto influenzabili.
Non è un po’ elitaria questa posizione?
Forse sì; ma il presidenzialismo non appartiene alla nostra storia e credo che gli assetti politici ed istituzionali di un Paese debbano tener conto delle sue vicende e delle sue radici.
Come vede il rapporto tra banche e imprese?
Il sistema bancario italiano, per la tradizionale prudenza che lo caratterizza, ha subito i contraccolpi della crisi mondiale in misura inferiore a quanto hanno subito i sistemi di altri Paesi europei o degli Stati Uniti. La banche nordamericane puntavano invece su una crescita illimitata. Ritengo però che le banche dovrebbero fare uno sforzo maggiore per concedere credito alle imprese con una logica selettiva e con una più puntuale conoscenza delle aziende nel loro vivere concreto. Serve certamente una politica di squadra tra banche ed imprese. In questo mi piace segnalare il positivo ruolo svolto da Unicredit con l’ingresso nelle difficili realtà dell’Est europeo supportando la penetrazione dell’imprenditoria italiana.
Il debito pubblico è la nostra palla al piede…
C’è il gravame di un enorme debito pubblico che però è, seppur in piccola parte, compensato dal ridotto livello di debito privato. Le famiglie italiane sono assai meno indebitate rispetto a quelle dei Paesi anglosassoni e ciò può rappresentare la molla per far ripartire l’economia.
Come valuta la manovra economica?
Le misure adottate fanno sostanzialmente pagare i più deboli. Non c’è il coraggio di tassare le rendite come sarebbe necessario, passando dall’attuale 12,5% al 20%. Il fatto è che anche la sinistra tentenna sulla tassazione dei redditi da capitale. C'è poi un grave problema riguardante l'assicurazione della responsabilità civile degli automezzi le cui tariffe stanno continuamente aumentando in modo abnorme, perché sono frutto di un evidente “cartello”. Andrebbe ripristinata l’Ici e l’imposta sulle successioni, almeno per importi elevati.
Cosa pensa di Tremonti?
Le confesso di non riuscire a prenderlo sul serio. Un tempo era socialista, poi divenne liberista, adesso ha alcuni spunti keynesiani. Talvolta parla persino come un noglobal. Alla fine però le scelte di politica economica gravano sempre sui ceti popolari. Ammiro di Tremonti la capacità di sostenere in qualsiasi occasione tutto ed il contrario di tutto: la necessità dei condoni e il rigore fiscale; l’interventismo statale e l’assoluta libertà del mercato. Vede, ho conosciuto Vanoni e nella sua figura ho sempre identificato l’ideale ministro dell’Economia di un grande Paese. Lascio ai lettori il confronto.
Come vede la modifica dell'art. 41 Cost, sulla libertà di impresa?
Non serve a niente. E’ una boutade per coprire i reali problemi del Paese e delle imprese stesse.
Si dice spesso che l’Italia manchi di una politica industriale.
A parte poche imprese guida: Eni, Enel, Fiat e Finmeccanica ed una serie di realtà di media grandezza, il nostro sistema produttivo è molto polverizzato. Tocca dunque alla politica saper cucire una trama adatta a coprire tutte le nostre esigenze nazionali. Non sto certo pensando ad una pianificazione dall’alto ma ad una forza propulsiva dello Stato che indirizzi l’economia anche secondo le linee di interesse strategico del Paese.
Che idea si è fatto della vicenda di Pomigliano?
Vorrei fare una premessa. Ritengo l'attuale Amministratore delegato del gruppo Fiat una persona eccezionale e degna di rispetto, per come ha saputo affrontare la drammatica crisi della più grande industria privata italiana. Non l'ho mai ritenuto un uomo vicino alla sinistra come, affrettatamente, hanno fatto altri. E non ho mai pensato che egli nutrisse per l'Italia, quei sentimenti di identificazione che provava, ad esempio, Giovanni Agnelli. Non mi ha stupito, quindi, il suo atteggiamento attuale. Mi ha preoccupato per il suo tono, che mi ha fatto pensare al tentativo di umiliare il sindacato e suoi aderenti, più che all'interesse generale della Fiat. Detto questo, il caso Pomigliano mi fa riflettere sui tentativi di una parte della grande industria del Nord di trasferire al Sud una parte della propria produzione. Mi chiedo: in che cosa gli operai del Sud sono diversi da quelli di Torino, in gran parte meridionali? Rimango allibito leggendo descrizioni su quanto avviene all'interno di quella fabbrica. Ma come hanno potuto permetterlo, sindacalisti seri e dirigenti degni di questo nome?
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