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Europa


Francia: pensioni ancora una riforma
Oltralpe una manovra da 100 miliardi che abbassa livelli di vita e diritti
di Aldo Novellini - 07/07/2010


I numeri sono quelli che sono: crescita stimata all’1,3%; rapporto deficit/Pil 8%; rapporto tra debito pubblico e Pil 85%. Si prevede il rientro nei parametri di Maastricht nel 2013, se la ripresa economica verrà in aiuto. Per far ciò il governo si è impegnato in una difficile manovra da 100 miliardi, di cui 45 di tagli alle spese, 15 rinvenienti dalla conclusione di alcuni programmi pubblici di rilancio e 35 da un previsto incremento del gettito grazie alla ritrovata crescita. In pratica al centro della manovra, come misura strutturale vi è una nuova riforma delle pensioni. Questa volta, a differenza di quella condotta con successo nel 2003, dall’allora ministro del Lavoro ed attuale premier François Fillon, dovrebbe interessare tutti i lavoratori, compresi i regimi speciali del settore pubblico (Edf, Sncf, ecc…). Se ciò rappresenta un elemento di giustizia, poiché ad essere colpito non sarà solo il comparto privato, è altrettanto certo che veder tornare nuovamente in ballo la previdenza crea notevoli tensioni nel mondo del lavoro. I sindacati sono sul piede di guerra. Il 24 giugno scorso si è svolta una grande manifestazione di tutte le sigle ma il governo non intende, per così dire, cedere alla piazza, forte anche del fatto che l'esigenza di una correzione pensionistica sta facendo breccia in parte della popolazione. Il dato reale è che l’aspettativa di vita negli ultimi venti anni si è alzata di cinque ed in questa prospettiva diventa naturale pensare ad un innalzamento dell’età pensionabile oltre gli attuali 60 anni. Il progetto governativo vorrebbe far salire l’età legale di pensionamento fino a 63 anni, ma forse la soglia ritenuta più idonea, ed accettabile, sarà 62 anni. Il tutto entro il 2018 con un allungamento di un trimestre per anno a partire dal 2011. Il partito socialista ha tuonato contro questa ipotesi, rammentando che i 60 anni, conquistati nell’era Mitterrand, sono un’acquisizione sociale da non rimettere in discussione. Lo stesso Dominique Strass-Kahn, esponente socialista ma anche presidente del Fmi, rimane possibilista. Dalla maggioranza di centro-destra si risponde con una serie di dati. Le cifre assunte dal governo dicono che le risorse necessarie per finanziare il sistema pensionistico saliranno dai 38 miliardi del 2015 agli 80 del 2030, per crescere ulteriormente in tempi ancora più lunghi. Per far fronte a questo deficit sempre più ampio, la riforma propone: l’innalzamento dell’età pensionabile, l’allineamento del tasso contributivo tra pubblico, oggi al 7,8%, a quello del privato tre punti più alto, la tutela dei lavoratori precoci ed un contributo di solidarietà sulle pensioni più elevate (si parla oltre i 6.000 euro mensili). Nel progetto c’è anche la previsione di tener conto dei lavori usuranti con un anticipo dell'età pensionabile di un anno ogni dieci di attività caratterizzate da usura lavorativa. Il Medef, ossia la Confindustria transalpina, chiede di restringere il più possibile queste categorie per non creare nuovi regimi speciali privilegiati. Al massimo vorrebbe tener conto dei lavoratori che hanno subito menomazioni nel corso della vita produttiva. Un’ottica restrittiva, assolutamente inadeguata al problema. Il governo pensa invece di considerare – come è logico – intere categorie di lavori usuranti nel loro complesso: turnisti notturni, esposizione al rumore o agli agenti cancerogeni, carichi pesanti ed attività ripetitive. I sindacati, dal canto loro, vorrebbero allargare la platea ad ulteriori categorie. Staremo a vedere cosa accadrà al tavolo di concertazione, quale sarà cioè il punto di equilibrio. Si tratta di una riforma definitiva? Difficile dirlo, visto che sette anni fa, salvo la partita lasciata aperta dei regimi speciali, tutto pareva consolidato. Forse il problema di fondo è quello di mettere in chiaro quali sono le necessità, anche riguardo all’indubbio allungamento delle speranze di vita e, partendo da questo dato, costruire con le parti sociali un sistema equo e sostenibile. Non è pensabile procedere ancora una volta a pezzi, lasciando da parte qualcuno solo perché magari – come i funzionari pubblici o i ferrovieri – si tratta di categorie meglio organizzate e capaci di bloccare il Paese. La cosa più ragionevole sarebbe fissare una durata contributiva unica, per esempio i 40 anni indipendentemente dall’età, tutelando così davvero coloro che hanno cominciato a lavorare appena quindicenni, per lo più gli stessi che svolgono attività usuranti. Il governo dovrebbe dunque avere il coraggio di scoprire le proprie carte, spiegando il senso della riforma, dove sta la sua equità sociale e quali risparmi vi saranno. Facendo soprattutto capire che le risorse risparmiate potranno servire - se vi sarà ovviamente una mirata azione pubblica - ad agevolare la crescita e la creazione di nuovi posti di lavoro per i più giovani. Se questa riforma viene elaborata nel quadro di un patto sociale a favore delle nuove generazioni allora riuscirà a trovare la sua collocazione e sarà efficace. Altrimenti verrà percepita come il solito diktat di un governo alle prese con i conti pubblici. Un déjà vu che non fa bene a nessuno.