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Cronache


Incontro Acli Università Cattolica: la politica guidi l'uscita dalla crisi
Coniugare lavoro, diritti e sviluppo oltre gli attuali squilibri
di Lorenzo Gaiani - 02/07/2010

FOTO - Un momento dei lavori: l'on. Carlo Stelluti e il prof. Giuseppe Gallo.

Si è svolta il 25 e 26 giugno presso la sede di via Nirone dell’ Università Cattolica del Sacro Cuore la XXVII edizione dell’ incontro di studi delle ACLI milanesi, che quest’anno portava l’ambizioso ed impegnativo titolo: “Lavoro, diritti e sviluppo: affrontare la crisi per un’ Italia più giusta”.
Questo tema conteneva in sé una sfida. In effetti per molti anni è sembrato che la questione del lavoro e quella dei diritti si tenessero insieme: non a caso, una delle implicazioni dell’affermazione dell’art. 1 della Costituzione che individua nel lavoro il fondamento primo della Repubblica è appunto quella per cui il lavoro è il diritto primario dei cittadini, il quale a sua volta genera altri diritti, in particolare quello di non separare le due condizioni del “cittadino” e del “lavoratore”.
Per troppo tempo infatti, anche in regime repubblicano, la condizione del lavoratore sul luogo di lavoro (in altri tempi si sarebbe detto sbrigativamente: dell’operaio in fabbrica) era quella di chi si trovava in una condizione di minorità rispetto ai diritti che come cittadino gli venivano riconosciuti da parte della Costituzione. Queste considerazioni peraltro furono alla base della famosa inchiesta delle ACLI milanesi del 1953 sul tema “La classe lavoratrice si difende”, da cui trasse spunto il “deputato aclista” Alessandro Butté per proporre l’anno successivo la famosa inchiesta parlamentare sulla condizione dei lavoratori, proposta che venne entusiasticamente accolta da Giuseppe Di Vittorio (ed il carismatico capo della CGIL disse esplicitamente che egli l’accettava perché … era una proposta di matrice aclista, e lui delle ACLI si fidava).
Si è generalmente concordi nel ritenere che quell’inchiesta, durata circa due anni, da cui vennero tratti dei materiali di grande interesse, sia stata la base nemmeno troppo remota da cui trassero spunto coloro che redassero il testo della legge 300 del 20 maggio 1970, comunemente nota come “Statuto dei lavoratori”.
E tuttavia, sembra che il percorso del lavoro e quello dei diritti nel corso degli ultimi anni si sia interrotto: lo stesso dibattito in corso sull’articolo 41 della Costituzione impropriamente additato come la causa reale ed ultima del mancato sviluppo della nostra economia, come pure, se vogliamo, la stessa discussione su eventuali livelli istituzionali da sopprimere, è gravemente condizionata da un lato da un’evidente carenza di cultura istituzionale, dall’altro da una tendenza chiaramente antipolitica di intendere le istituzioni, le leggi, lo stesso dettato costituzionale in senso meramente economicistico (“costano troppo” , “togliere lacci e lacciuoli”, “evitare gli sprechi”…) che nasce da una tendenza di natura evidentemente ideologica di svalutare il ruolo della politica e delle istituzioni a favore dell’impresa come modello organizzativo. Ed è noto che l’impresa, a differenza delle istituzioni non ha il vincolo di un’organizzazione democratica, anzi…
Il fatto è che non assisteremmo allo spettacolo di vent’anni di attacco sistematico alla Costituzione se non venissimo da vent’anni di blocco della mobilità sociale nel nostro Paese: se le persone non avessero paura di un calo vertiginoso del loro tenore di vita e di quello dei loro figli, l’accreditamento della Costituzione come blocco allo sviluppo economico troverebbe assai meno credito.
E’ in questa prospettiva che va inquadrata la recente controversia sullo stabilimento FIAT di Pomigliano d’Arco, che ha attirato l’attenzione dei media e che è stata presentata, con molte forzature, come una possibile rivoluzione del modello di rapporto di lavoro fin qui instauratosi nel nostro Paese.
La vicenda ha suscitato, come è ovvio, un ampio dibattito, e se la maggioranza dei commentatori ha posto l’accento sulla “realistica” considerazione che accettando un simile accordo, presentato per la verità dall’azienda ai sindacati sotto la forma di un “prendere o lasciare”, si sarebbero salvati cinquemila posti di lavoro con la traslazione della produzione Panda dallo stabilimento polacco di Tichy a quello dell’ ex Alfasud, non è mancato chi ha sottolineato come l’accettazione di simili condizioni mettesse in questione non solo i diritti sanciti dal CCNL ma addirittura quelli stabiliti dallo Statuto dei lavoratori e dalla stessa Costituzione. E’ sintomatico che fra coloro che hanno assunto simili posizioni vi siano non solo dei noti critici dell’involuzione del mercato del lavoro e del sistema economico nel suo complesso come Luciano Gallino ma anche commentatori di estrazione moderata come il Presidente emerito della Corte costituzionale Piero Alberto Capotosti.
Il referendum fra i lavoratori sull’intesa raggiunta si è svolto, come è noto, il 22 giugno scorso e ha portato all’approvazione dell’intesa stessa con 2888 voti pari al 62.2% e 1673 no pari al 37.98%. Da notare che il numero complessivo dei “no” supera di molto la somma degli iscritti alla FIOM e alle altre sigle che non hanno firmato l’intesa, segno che l’approvazione, che pure c’è stata, ha avuto un carattere tutt’altro che plebiscitario.
Il dibattito che si è svolto nei due giorni dell’ Incontro ACLI è stato importante per capire come questa, ed altre vicende consimili, siano la spia di un malessere sociale fortissimo che non ha una spiegazione né unicamente giuridica né unicamente economica, ma che affonda le sue radici nel deteriorarsi di un compromesso sociale fra le istanze del capitale e quelle del lavoro. Ovviamente, nel pieno di una situazione di transizione, chi si trova in una posizione di forza tende a voler allargare e consolidare gli spazi di cui dispone, e la crisi strutturale del mondo del lavoro e delle sue indebolite rappresentanze fa capire abbastanza bene da che parte penda ormai la bilancia. Il rischio, emergente in forma esplicita ed implicita sia dalla relazione del giovane costituzionalista Davide Paris che da quella del noto sociologo del lavoro Michele Colasanto, come pure dalle tavole rotonde fra qualificati interlocutori del mondo della ricerca, del sindacato e del settore creditizio, è che questo logorio si estenda a tutta la società, e si esprima in malessere sociale diffuso, con conseguenze al momento non calcolabili sulla tenuta della stessa democrazia.
Anche perché, in ultima analisi, a rendere possibile il compromesso di cui si parlava prima fu, a suo tempo, la politica , ossia la grande assente di questi ultimi anni, che però deve rapidamente riprendere il suo posto sulla scena.
 
 
 
 
 
Podcast mp3 degli interventi