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FOTO - Il 2 giugno si è svolta la manifestazione per celebrare anche la Costituzione nella Festa della Repubblica.
Ha riscontrato un indubbio successo la manifestazione di piazza indetta per il 2 giugno scorso da un cartello di associazioni, fra cui le ACLI lombarde, per associare alla Festa della Repubblica anche la Costituzione, che della Repubblica è la legge fondamentale: del resto, il 2 giugno 1946 oltre a scegliere fra Repubblica e Monarchia gli elettori si pronunciarono anche sull’elezione dell’Assemblea Costituente, la quale disegnò l’architettura di un sistema di governo ma anche quella di un progetto di società che peraltro è stato solo parzialmente realizzato.
Questi temi sono stati ricordati con chiarezza nell’intervento dal palco, al termine della manifestazione, del Presidente regionale delle ACLI Gianbattista Armelloni, che ha preso la parola insieme al Presidente nazionale dell’ANPI Raimondo Ricci e al Segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani.
In effetti, il dato più visibile della manifestazione è stato proprio la massiccia mobilitazione della CGIL stessa, che come in altre occasioni, ha fornito il nerbo organizzativo della presenza in piazza, con un supporto da parte delle altre organizzazioni aderenti e con una scarsa presenza, almeno in termini di visibilità, delle forze politiche.
Se questo elemento è indubbiamente positivo, nel senso di respingere qualsiasi possibile insinuazione sul’appropriazione unilaterale da parte di determinate forze politiche di un documento, la Costituzione, che è patrimonio di tutti, meno felice potrebbe essere l’ imprinting da parte di un’unica centrale sindacale, anche se è la più importante.
Si tratta evidentemente di un sentiero molto stretto: da un lato è evidente l’estraneità di gran parte della classe dirigente attuale di questo Paese ai valori e ai principi della Carta costituzionale, come pure è evidente – basta leggere alcuni sconcertanti editoriali comparsi recentemente sul “Corriere della sera” – che vi sia da parte di alcuni commentatori il desiderio di utilizzare l’attuale sconvolgente crisi economica e sociale come un grimaldello per scassinare l’architettura dello Stato sociale che dalla Costituzione trae la sua legittimità (con un vero rovesciamento del senso della crisi, che non nasce da un eccesso bensì da un difetto della presenza dello Stato nell’economia).
Nello stesso tempo affermare, come hanno fatto e a ragione gli organizzatori della manifestazione del 2 giugno, che «la Costituzione è di tutti» significa che essa è anche di quella particolare classe dirigente, e di coloro che l’hanno eletta, che sono cittadini italiani essi pure ed essi pure tutelati dalla Costituzione, anche se non la conoscono o la disprezzano.
In questo senso, e al netto della mancanza di una vera e propria “cultura civica” nel nostro Paese, una battaglia per la Costituzione che si fermasse ad una pura e semplice logica rivendicativa non andrebbe molto lontano, ed anzi rischierebbe di essere percepita come una battaglia di parte, ben distante da ciò che invece dovrebbe essere, ossia uno sforzo sistematico per rendere le persone ed i gruppi sociali veramente consci dei propri diritti e dell’ordinamento statuale in cui vivono.
Sarà quindi necessario operare affinché la piattaforma politica di quello che vuole essere la base di un movimento per la difesa della Costituzione, e che si giova della presenza di illustri costituzionalisti a partire da due Presidenti emeriti della Corte costituzionale, Valerio Onida e Gustavo Zagreblesky, abbia una natura schiettamente inclusiva ed elimini anche solo la possibilità di retro pensieri e strumentalizzazioni.
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