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FOTO - Pelilzza da Volpedo: "Il Quarto Stato", olio su tela, Galleria d'Arte Moderna, Milano.
Il 20 maggio 1970, al culmine di una delle più straordinarie stagioni politiche dell'Italia repubblicana, fu approvata la legge 300, meglio conosciuta come Statuto dei lavoratori. Una norma che ha cambiato, in meglio, il mondo del lavoro nel nostro Paese e che vede l'impronta di Giacomo Brodolini (prematuramente scomparso proprio pochi mesi prima del rush finale), di Gino Giugni e di Carlo Donat Cattin.
Socialisti e cattolici democratici insieme (non è forse, questa la missione storica del Pd di oggi?) per raggiungere equilibri sociali più avanzati, secondo una delle più felici formule morotee. Vicende di quella Prima repubblica che aveva magari tutti i difetti possibili ma che la Seconda è riuscita nell'impresa di farci spesso rimpiangere.
La Fondazione Donat Cattin ha dedicato un incontro sul quarantesimo anniversario dello Statuto dei lavoratori sia per riflettere sulla sua genesi sia per evidenziare quali prospettive si pongono nel mondo del lavoro di oggi. A discuterne il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, il giuslavorista e senatore del Pd, Pietro Ichino, il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, il direttore Unione Industriale di Torino, Giuseppe Gherzi e l'on. Mario Toros, sottosegretario al Lavoro quando fu approvato lo Statuto.
Toros ricorda come lo Statuto rappresentò per il mondo del lavoro «il compimento dei diritti sanciti dalla Costituzione e sino ad allora rimasti sulla carta. L'intervento esterno del legislatore doveva servire a tutelare la parte più debole, riequilibrando il carico a favore dei lavoratori».
Sotto questo aspetto il segretario della Cisl, Bonanni ricorda come prima dello Statuto «le imprese avevano mano libera praticamente su tutto. Nella stessa logica oggi è indispensabile un percorso di inclusione per tutti i lavoratori atipici con una maggior copertura contributiva, in ragione dell'instabilità del posto di lavoro, ed estendendo gli stessi diritti a tutte le forme contrattuali».
Sicuramente nel 1970 c'era bisogna di una forte impronta legislativa, oggi però Ichino ritiene che «la legge debba solo occuparsi delle fondamenta dell'ordinamento giuslavorista e non regolare minuziosamente ogni aspetto dell'universo lavorativo sino a invadere il campo dell'azione sindacale. Si tratta di trovare una linea di demarcazione tra legislazione e contrattazione collettiva, salvaguardando l'autonomia delle parti. La legge deve intervenire solo ove le parti non riescono ad arrivare».
Per Gherzi lo Statuto, pur essendo una norma di grande importanza, è figlio di un'epoca completamente diversa da quella attuale ed oggi andrebbe quanto meno rivisitato sia per tutelare le molte forme di lavoro atipico sia per porre alcune regole sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali. «Allora – spiega – c'erano le grandi imprese, un lavoro a carattere fordista e certamente si volle porre un argine a tutela dei sindacati e dei lavoratori, spesso colpiti da abusi e discriminazioni. Oggi l'industria è solo un pezzo di un mondo produttivo sempre più imperniato sul terziario. E' anche mutata la condizione operaia. Ci sono molti più occupati nelle piccole imprese e manca persino quell'antagonismo che caratterizzava il mondo del lavoro del passato, sostituito da una forte logica collaborativa. E poi a scorrere il testo dello Statuto si nota come alcune parti siano davvero superate o perché inserite in norme più complesse (come il T.U. sulla salute e la sicurezza dei lavoratori) o perché sorpassate dalle realtà produttiva (come il collocamento numerico, istituto di un'epoca nella quale la mano d'opera mancava di qualificazione). Resta l'art. 18, quello sul reintegro del lavoratore, che per le grandi imprese non è un problema mentre ci sarebbe da chiedersi se esso non abbia agito da tappo per la crescita delle aziende oltre i 15 dipendenti».
«Lo Statuto dei lavoratori – ha concluso il ministro Sacconi – è uno dei migliori risultati del riformismo italiano. Adesso però bisogna vivificarne alcune parti. Tre i punti dirimenti: salute e sicurezza; giusta remunerazione; conoscenza e formazione continua. Questi diritti vanno promossi con la contrattazione collettiva più prossima al posto di lavoro, in sede territoriale o aziendale, così da adattarsi al meglio a tutte le peculiarità richieste. Decentramento e sussidiarietà sono le chiavi del mondo del lavoro dei prossimi anni».
E' indubbio che il problema di un aggiornamento dello Statuto dei lavoratori si ponga sul serio, in quanto il mondo del lavoro è oggettivamente cambiato. Meglio però evitare di avventurarsi in nuove legislazioni (Statuto dei lavori, ecc...) che rischiano di stravolgere e frammentare ancor di più l'universo lavorativo.
In fondo, il cammino più idoneo da perseguire resta proprio quella di rimanere fedeli allo spirito stesso della legge 300, provando ad offrire maggiori forme di tutela ai lavoratori con contratto atipico ed agendo magari per ridurre al minimo queste atipicità. Il lavoro a tempo indeterminato, con la stabilità che consente alle persone di progettare la propria vita, deve infatti, per quanto possibile, rimanere lo standard normale. Semmai bisognerebbe far costare di più il lavoro flessibile sia in termini di maggiorazioni contributive sia come minimi contrattuali, proprio a compensare la discontinuità lavorativa.
In definitiva si tratta, ancora una volta, oggi come nel 1970, di scegliere quale spazio dare ai diritti e alla dignità dei lavoratori nella nostra società.
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