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Immigrazione e identità nazionale: il dibattito transalpino riguarda anche noi
Integrazione e coesione sociale per la società multirazziale e multiculturale
di Aldo Novellini - 18/03/2010


In Francia nell'autunno scorso è stato lanciato un grande dibattito sull'identità nazionale. Un'iniziativa promossa dall'Eliseo ed interpretata, forse con qualche eccesso di zelo, dal ministro dell'Immigrazione Eric Besson un ex socialista passato alla corte di Sarkozy.

Nel dibattito sono stati coinvolti il mondo della politica e della cultura; le confessioni religiose; le forze sociali e le collettività territoriali. Tassello decisivo del progetto le prefetture in quanto è sotto la loro egida che in ogni dipartimento si sono svolti gli incontri aperti alla cittadinanza. In tutto l'Esagono si sono svolti 350 incontri e il sito internet, appositamente creato per l'evento, ha registrato 55.000 contatti. In un Paese di 60 milioni di abitanti, non una cifra eclatante ma neppure un dato trascurabile.
Nei giorni scorsi il premier François Fillon ha presentato le prime proposte sortite dal lungo dibattito: sarà rafforzato l’insegnamento dell’educazione civica nelle scuole; in ogni classe vi sarà il tricolore ed una copia della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino; la Marsigliese verrà cantata a scuola almeno una volta l’anno. Viene probabilmente da chiedersi se per applicare queste misure, peraltro assai condivisibili, fosse davvero necessario lanciare un'iniziativa tanto roboante. Qualcuno, come lo storico Olivier Le Cour Grandmaison, docente all'università di Evry-Val d'Essonne, ha parlato di una montagna che ha partorito il classico topolino. Per il partito socialista si è trattato di un'operazione propagandistica della destra moderata per catturare l'elettorato lepenista sempre sensibile al nazionalismo a buon mercato..
Come se non bastasse prossimamente si insedierà un comitato di esperti per definire ulteriori iniziative sul piano storico e culturale. In attesa di vedere cosa combineranno gli esperti, di cui a volte è saggio diffidare, ci sembra utile ripercorrere l'intera vicenda e scoprire che, al di là di una certa inevitabile retorica, essa ha avuto comunque il merito di accendere i riflettori su alcuni importanti temi della Francia di oggi. Il che in un'epoca come la nostra, pervasa da un confuso individualismo che rifugge qualsiasi impegno ideologico, non è cosa da poco.

L’idea guida del dibattito era quella di riscoprire su quali assunti si fonda l’identità nazionale francese nel XXI secolo, per poi immaginare su quali basi costruire un più fecondo concetto di cittadinanza. Un discorso che fatalmente si intreccia con quello dell’immigrazione.
D'altra parte non è forse vero che a mettere in discussione una certa idea di nazione, in Francia come in Europa, sono le continue ondate di immigrati che sbarcano nel nostro continente sognando una vita migliore di quella che conducevano nei Paesi di origine? E non è proprio questo immane flusso migratorio a segnare un cambiamento ineluttabile dei nostri connotati culturali ed identitari? Certo sorgono problemi un tempo impensabili.
Ultimo quello del burqa. Se ne parla molto ma, a guardar bene, nell'intero Esagono sono appena duemila le donne coinvolte in questo fenomeno. Un quarto di esse non sono neanche straniere ma cittadine francesi convertire all’islam. Ci si domanda comunque se questo copricapo sia compatibile con il modo di vivere e con la cultura occidentale e molti, a destra come a sinistra, chiedono la proibizione del velo. Una commissione parlamentare ha provato a fare un po' chiarezza ed oggi si fa strada la tesi di evitare il divieto assoluto perché probabilmente cozzerebbe contro quegli stessi principi di libertà e laicità che si vogliono difendere. Denys de Béchillon, costituzionalista all'università di Pau, sottolinea che il burqa «sarà pure lontano dall’idea che noi abbiamo della dignità della donna ma non si può imporre la dignità contro la libertà. Tra l'altro i problemi di una generica identificazione della persona sono assai meno pressanti di quanto abitualmente si pensi, in quanto in una società libera non è che gli individui siano passibili di un controllo permanente. In casi particolari basta semplicemente che la donna mostri il viso alle forze dell'ordine e la questione può chiudersi lì».
L'opzione più probabile a questo punto è un divieto di coprire il volto negli spazi pubblici non però rivolto ai soli indumenti come il burqa ma a qualsiasi mascheramento, come passamontagna e similari. In più va osservato che nel caso delle donne islamiche, si pone il problema se siano loro a dover essere sanzionate o non l’uomo che eventualmente le obbliga a vestirsi così. Problemi dunque piuttosto ardui da dirimere con una legge troppo rigida.
L'immigrazione come si vede è un tema assai complesso, eppure è anche un passaggio ineludibile sia che la si consideri un pericolo sia che la si percepisca come un’opportunità. Si tratta di un fenomeno epocale col quale fare i conti. E d'altra parte è quanto mai irrealistico pensare di fare a meno in Francia, come altrove in Occidente, di queste persone che vengono in Europa per lavorare svolgendo mansioni che noi non vogliamo più fare e di cui, pensiamo solo alle badanti, abbiamo un sacco bisogno.

E' bene dunque interrogarsi sul nostro futuro che certo vedrà emergere modelli molto diversi dal passato. In prospettiva faremo sempre più i conti con società multiculturali e multirazziali ed allora più che sui concetti identitari, che se assolutizzati rischiano di generare intolleranza ed emarginazione, il tasto andrebbe pigiato sull’integrazione e sulla coesione sociale.
Serve un credibile percorso di cittadinanza, capace di coniugare accoglienza e rigore, perché il rispetto delle leggi è il primo requisito del vivere insieme. E poi, per dare un senso alla propria identità, la Francia deve semplicemente tener fede ai suoi tradizionali principi di libertà, uguaglianza e fraternità: sicuri capisaldi per una convivenza civile di ampio respiro.