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Esteri


Scricchiola la presidenza Obama, dopo appena un anno
I Repubblicani raccolgono l'ondata di scontento per la crisi e le guerre
di Aldo Novellini - 22/02/2010

FOTO - Il presidente degli Stati Uniti Barak Obama.

Per Obama un primo anniversario di presidenza davvero amaro. Come se non bastassero le crescenti difficoltà internazionali, la disoccupazione che rialza la testa (più 85.000 senza lavoro in dicembre) e la riforma sanitaria ancora a metà del guado, si è pure aggiunta la sconfitta per il seggio senatoriale nel Massachusetts.
Nello stato bostoniano, il più progressista dell’intera Unione, era in ballo il seggio rimasto vacante dopo la morte di Ted Kennedy. Il Massachusetts è un feudo democratico da sempre e invece alle suppletive ha prevalso il candidato repubblicano. Una disfatta clamorosa. Come se l’Emilia Romagna o la Toscana, regioni rosse per antonomasia, passassero in mano alla destra.
La democratica Martha Coakley è stata superata dal repubblicano Scott Brown, 52 a 47, ponendo fine a mezzo secolo di incontrastato dominio del partito dell’Asinello. Se la faccenda fosse circoscritta al solo orizzonte bostoniano, ci si potrebbe limitare a constatare – positivamente – il perfetto funzionamento del meccanismo dell’alternanza, che è un po’ la garanzia della buona salute di una normale democrazia.
Il fatto però è che con quel seggio in più in Senato i repubblicani raggiungono quota 41 e a questo punto diventa loro possibile fare ostruzionismo. Per i democratici scesi sotto la soglia di garanzia dei 60 seggi adesso tutto diventa più complicato. Soprattutto la complessa partita della riforma sanitaria.

La Camera dei rappresentanti ha approvato un progetto di riforma mentre il Senato ne ha predisposto una versione diversa, ove ad esempio è assente l’opzione pubblica. Per la definitiva approvazione della legge si richiede un testo comune, ossia un compromesso tra le due versioni, che ora sarà più difficile raggiungere sulla base dei desiderata dei democratici.
L’ala progressista del partito era già scontenta del risultato raggiunto sinora in quanto l’opzione pubblica veniva quasi del tutto accantonata. Oggi però dopo il colpo di coda conservatore rischia di scaturirne una riforma ancor più ridimensionata.
Si resterà dunque allo status quo? Difficile. Non è infatti pensabile che i repubblicani possano arroccarsi ad ogni costo dietro l’ormai insostenibile vecchia trincea della deregulation privata. Certo però è che ne uscirà un compromesso al ribasso. D’altra parte in democrazia i numeri sono sovrani ed è comprensibile che i repubblicani, ringalluzziti dopo la conquista di Boston, siano più che mai determinati ad imporre la loro linea.
Adesso che la riforma sanitaria pare tornare in discussione è richiesto al presidente uno sforzo supplementare, mobilitando il proprio elettorato ed illustrando chiaramente ai cittadini la posta in palio. Si tratta certamente di rischiare, di battersi fino in fondo. Obama sinora è stato piuttosto restio a gettarsi nella mischia, scontentando i liberal ma senza riuscire a convincere la vasta platea moderata.
In politica è così. Bisogna mettere da parte i sondaggi e puntare sui propri capisaldi programmatici. Se possibile è bene coinvolgere l'opposizione ma qualora ciò risulti impraticabile si deve comunque andare avanti nel rispetto del mandato ricevuto dagli elettori. E per farlo può anche tornare utile rivolgersi direttamente ai cittadini, così da renderli pienamente consapevoli del dibattito in corso.

Il 2010 per Obama sarà un anno decisivo. Se in novembre, nelle elezioni di medio termine, dovesse prevalere il riflusso conservatore la sua presidenza rischia di traccheggiare sino a fine mandato. E' il momento dell'assunzione delle responsabilità, come successe a molti suoi predecessori. Roosevelt, Kennedy e Reagan seppero farlo al momento giusto e vennero premiati; la loro stoffa di leader emerse proprio dalle prime avversità.
Certo quanto è accaduto in Massachusetts deve far riflettere. Forse bisogna prestare più attenzione alla scelta dei candidati, anche quando si è quasi certi di vincere. Occorre poi scendere sul terreno, catturare l'elettorato tiepido e fluttuante; galvanizzare i militanti. Soprattutto mai sottovalutare la prova elettorale che si ha davanti perché anche la sfida dall'esito più scontato può nascondere una trappola.
Si deve insomma far politica tra la gente. A Boston i repubblicani ne sono stati capaci ed hanno vinto. Una lezione universale, in ogni democrazia.

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