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Europa


I popoli del mondo al lavoro in Europa
L'Europa verso una società multireligiosa e multietnica
di Giovanni Garuti - 15/02/2010


L’entrata in vigore del trattato di Lisbona, apre ai cittadini dell’Unione europea, nuovi spazi di libertà, senza frontiere interne, per la pace e il rispetto dei diritti dell’uomo, l’uguaglianza e la giustizia, lo sviluppo e l’ambiente, la solidarietà e il dialogo fra i continenti.
La proiezione dell’Europa nel mondo, deve stimolare la cooperazione internazionale per la prevenzione dei conflitti, l’aiuto ai paesi in via di sviluppo, l’eliminazione della povertà, il disarmo e la sicurezza, nella prospettiva degli obiettivi del millennio e della Carta delle Nazioni Unite.
Non ci sono alternative all’impegno per eliminare squilibri ed ingiustizie secolari, che costringono intere popolazioni a migrazioni forzate per uscire dalla spirale della fame e delle malattie, dall’oppressione e dal sottosviluppo, dalla violenza degli scontri etnici e degli integralismi ideologici e religiosi.

L’arrivo in Europa dei migranti dalle varie nazioni di ogni continente, è la testimonianza della impossibilità di vivere dove si è nati, ma anche della speranza di poter migliorare le condizioni dell’esistenza, con il contributo del lavoro di ognuno, per una società aperta e accogliente.
Gli studi e le ricerche più aggiornate, e i rapporti sulle migrazioni della Caritas e dell’Ismu, dimostrano purtroppo che la realtà è invece più inquietante e drammatica, a causa di un flusso ingovernabile e di una legislazione fondata sull’arroganza xenofoba, piuttosto che sull’accoglienza e sull’integrazione. Le discriminazioni e gli atteggiamenti di diffidenza nei confronti dei lavoratori stranieri , e delle loro famiglie, contribuiscono a creare un clima di tensioni sociali, che impediscono il dialogo e il confronto fra i residenti e gli immigrati, nella comune ricerca di una convivenza possibile e pacifica.
Il riconoscimento della cittadinanza e del diritto di voto amministrativo, la possibilità dei ricongiungimenti familiari, la naturalizzazione dei figli nati in Italia, la edificazione dei luoghi di culto e l’estensione dei servizi sociali, sono le priorità da affrontare per coerenza con l’universalità dei diritti.
Le diverse esperienze dell’accoglienza e dell’integrazione, sociale e culturale, nelle famiglie e nelle aziende, devono far emergere e valorizzare la dignità di ogni persona, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto delle identità e delle appartenenze religiose. C’è il rischio dello sfruttamento e dell’illegalità, della criminalizzazione etnica, della disuguaglianza nei salari e nei diritti, della non valorizzazione delle professionalità acquisite all’estero, della ghettizzazione e della marginalità sociale.
Non si può sottovalutare il contributo offerto dai lavoratori immigrati che “creano valore all’impresa”, con le loro competenze specifiche e con la disponibilità anche a svolgere mansioni pericolose e faticose, mentre è innegabile il ruolo svolto nella cura degli anziani e delle famiglie.
La socializzazione che si genera nelle scuole dove, bambini e giovani studenti, imparano a convivere nell’intreccio delle religioni e delle culture, contagia già le famiglie delle diverse etnie che si scambiano conoscenze e doni, con la speranza di sconfiggere pregiudizi e ostilità immotivate.
Si tratta di non affrontare l’integrazione come un’emergenza, ma di viverla con la consapevolezza di un cambio d’epoca che ci coinvolge e ci sfida ad una condivisione di valori nel rispetto reciproco delle tradizioni e delle storie personali e collettive.
La paura e il mito della purezza e delle piccole patrie, porta alla cristallizzazione delle differenze e alla creazione di isole e ghetti, con la conseguenza di alimentare incomunicabilità e tensioni che lacerano il tessuto sociale e civile.

Per la Fondazione Ismu, il fenomeno della irregolarità e della clandestinità, interessa ormai tutti i paesi europei, ed è essenziale il ruolo dell’Europa per contrastare i flussi migratori irregolari, ma anche per garantire il rispetto dei diritti fondamentali.
E’ indispensabile un ampliamento degli accordi bilaterali con le nazioni dell’esodo, per il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni e per favorire pratiche di sviluppo, con il coinvolgimento diretto delle comunità degli immigrati per la loro patria.
Le varie forme di integrazione, economica e sociale, culturale e politica, si stanno manifestando in relazione all’anzianità migratoria, alla provenienza, all’età degli immigrati, alla composizione familiare, alle reti etniche, ai livelli di istruzione, al riconoscimento della cittadinanza.
L’esperienza degli emigrati italiani all’estero, in Europa e nel mondo, dimostra che l’inserimento nel paese di accoglienza, non può far dimenticare i luoghi d’origine, i legami familiari, con la conseguenza della creazione di comunità etniche regionali e nazionali che mantengono viva la cultura e le tradizioni dei Comuni di provenienza.
La presenza in Europa di popoli da tutti i continenti, porta inevitabilmente ad una società multireligiosa e multietnica, con questioni ancora irrisolte di convivenza e di confronto fra le diverse identità, con la necessità di un confronto culturale da fondare sulla conoscenza reciproca da realizzare nella “tenda dell’ascolto”.
Sta emergendo, nei processi di integrazione, il fenomeno del “transnazionalismo”, con l’appartenenza simultanea degli immigrati alla società di origine e di insediamento, con un frequente pendolarismo, che evita una frattura radicale fra la vita prima della partenza e l’esperienza dell’attuale residenza.

Un universo ancora da esplorare, in un mondo che è “esploso” e che si è trasformato in un cortile di casa dove la convivenza, nella babele delle lingue e dei colori, è possibile se ognuno si mette a lavorare per il bene comune.

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