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Lavoro Economia Finanza


Il sindacato e il suo ruolo
Per le Acli è importante una visione comune tra le singole realtà sindacali
di Giovanni Marzorati - 12/02/2010


Operai abbarbicati per settimane sul carro-ponte dell’officina, ricercatori accampati sul tetto del centro di ricerca, mense aziendali trasformate in dormitori e sale stampa improvvisate, petizioni/implorazioni a partiti, prefetture e curie vescovili per interventi in difesa del posto di lavoro, stanno rimandando all’opinione pubblica immagini drammatiche degli effetti della recessione economica. Sono tentativi di contrasto da parte di singoli o di gruppi comunque ristretti attraverso azioni sindacali ‘fai da te’ nelle quali la rappresentanza sindacale, quella ufficiale e riconosciuta, sembra scomparsa.
Poi, se al di là della immediata visibilità del gesto esasperato (e spesso disperato) si approfondiscono le singole situazioni, si trova sempre qualche delegato sindacale nelle dimostrazioni e si scopre che quasi sempre il sindacato da settimane o da mesi è presente con proprie proposte e iniziative di negoziato. Rimane tuttavia diffusa la percezione di un sindacato poco visibile, poco efficace, che è spesso convocato dalle controparti più per tradizione o per convenienza spicciola e immediata, piuttosto che come interlocutore indispensabile per il buon andamento della vita economica e sociale del paese. Si evidenzia, in definitiva, una crisi di rappresentanza e di rappresentatività del sindacato.
E’ un fenomeno diffuso in tutti i paesi industrializzati: in tutta Europa diminuiscono gli iscritti ma soprattutto il sindacato è percepito come arretrato difensore di uno ‘status’ sociale incompatibile con il disinvolto dinamismo dell’economia globalizzata. Sta qui indubbiamente uno dei punti nodali del declino del ruolo del sindacato che, come sostiene Luciano Gallino, “ha perso moltissimo terreno rispetto alla trasformazione della produzione, rispetto alla globalizzazione, che è stata ed è in prevalenza una nuova forma di politica del lavoro, che ha fatto di tutto per far perdere terreno al sindacato”. Da qui la necessità di sindacati capaci di intervenire concordemente a livello sovranazionale, per ottenere innanzitutto norme che riequilibrino la concorrenza dei mercati del lavoro ma anche per confrontarsi efficacemente con la sempre più estesa internazionalizzazione degli assetti proprietari che operano al di sopra e al di fuori delle norme e del consueto negoziato locale. A questo proposito, purtroppo anche sulle tanto invocate e attese nuove regole della finanza globale, non risulta che i sindacati europei stiano elaborando proposte unitarie sulle quali mobilitare iscritti e cittadini.

Nel nostro paese l’adesione al sindacato non ha subito i tracolli verificatisi in Inghilterra, in Francia e più recentemente anche in Germania; anzi, con il procedere della crisi economica le iscrizioni dei lavoratori attivi (escludendo quindi il rilevantissimo numero di iscritti pensionati) sembrano in crescita, seppur moderata, ma il ruolo del sindacato non è visto in modo dissimile da quello dei paesi citati. In molte realtà produttive la presenza e le sedi delle rappresentanze sindacali sono viste esattamente come quelle di una qualsiasi altra funzione o ufficio dell’azienda; lo stesso rinnovo dei contratti collettivi di lavoro è visto come un atto dovuto a carico quasi esclusivamente della rappresentanza sindacale. Se da un lato questo atteggiamento determina una attenuazione e una ‘proceduralizzazione’ della conflittualità, sotto altri aspetti burocratizza la funzione delle organizzazioni sindacali, indebolisce il rapporto di responsabilità tra rappresentati e rappresentanti, rende i lavoratori meno consapevoli dell’ampiezza dei propri problemi e delle difficoltà di soluzione. Si determina così un clima in cui risultano retorici gli appelli alla democrazia economica e alla solidarietà sociale, e nel quale viene invece incentivato l’individualismo tipico delle nostre società e viene indebolito il ruolo delle rappresentanze collettive, come osserva Guido Baglioni nel recente volume “L’accerchiamento”, nel quale affronta la riduzione del ruolo e delle tutele del sindacato negli ultimi tre decenni.

Tornando ad esaminare la realtà italiana, il sindacato, quasi esclusivamente impegnato a tutelare gli occupati tradizionali protetti dai contratti collettivi di lavoro, da circa una quindicina d’anni deve fronteggiare problematiche di mercato del lavoro e, più precisamente, quella serie di rapporti di lavoro parasubordinati che hanno dato vita a figure professionali in larga misura utilizzate a fianco e con le stesse mansioni dei cosiddetti insider o stabili, ma che solo in parte e in modo marginale hanno trattamenti previsti dai contratti collettivi o a questi assimilabili. Subite dal sindacato in nome della flessibilità organizzativa e produttiva, queste tipologie di ‘lavoro economicamente dipendente’ (co.co.pro, interinali, partite IVA e assimilabili) sono oggettivamente di difficile sindacalizzazione, innanzitutto perché costantemente soggette alla promessa/ricatto della stabilizzazione occupazionale, ma anche per la brevità e la variabilità degli impieghi che le rende aliene all’inquadramento nelle categorie sindacali. Del resto anche le associazioni specifiche offerte dai sindacati confederali ai precari non riscuotono in generale grande successo poiché sono percepite quasi come ‘corpi separati’ dell’organizzazione, tant’è vero che finora non si sono viste piattaforme e mobilitazioni sostenute dagli stabilizzati a favore dei precari.
A questo proposito va rimarcato che nel corso della trattativa sulla riforma della contrattazione (conclusasi peraltro con una profonda spaccatura tra le confederazioni sindacali) nessun sindacato ha avvertito l’urgenza di inserire nel negoziato il problema del mercato del lavoro duale e della connessa estensione delle tutele (problema del tutto pertinente ai temi oggetto di quella trattativa e che ha ormai originato una generazione di lavoratori e di cittadini fortemente penalizzati nei prossimi decenni sia per quanto riguarda la certezza e la congruità dei redditi da lavoro, sia per il futuro previdenziale). La crisi che stiamo attraversando ha il paradossale merito di avviare in parte la ricostruzione di legami di solidarietà poiché coloro che hanno già perso o che – in cassa integrazione o in stato di mobilità – rischiano di perdere un lavoro stabile sanno che molto probabilmente la loro futura occupazione sarà contrassegnata dalla instabilità.
Allora, al di là dei conflitti generazionali e della competizione tra insider e outsider evocati soprattutto da chi più o meno esplicitamente auspica una diminuzione generalizzata delle tutele, una mobilitazione solidale tra protetti e precari potrebbe rinvigorire la rappresentatività e la credibilità del sindacato per un progetto non solo di rinnovamento delle regole del mercato del lavoro, di tutela ed equa distribuzione dei redditi e di riforma dello stato sociale, ma anche di difesa e di sviluppo del sistema produttivo italiano.
La componente del sindacalismo italiano più consapevole e meno condizionata dal mantenimento degli apparati è orientata ad affiancare alle tradizionali strutture di categoria una organizzazione maggiormente attenta alle realtà produttive del territorio e allo sviluppo locale, recuperando proprio sul territorio una strategia d’azione unitaria che superi le divisioni che, purtroppo, sono palesemente strumentalizzate sia dai datori di lavoro che dal Governo.

Le Acli sono una realtà associativa estremamente vicina e attenta a tutto il sindacato confederale, storicamente affratellata alla Cisl dalla comune ispirazione cristiana e da comuni percorsi di azione sociale. Proprio per questo motivo sentono di non poter tacere l’inquietudine che nasce da alcuni atteggiamenti dei vertici di questa Confederazione che alimentano competizione e concorrenza tra sindacati. Se ciò potesse anche produrre vantaggi agli apparati, dai cittadini non verrebbe capito oppure letto in chiave di schieramento partitico. Non siamo difensori delle lentezze puntigliose e dei ‘distinguo’ ideologici che traspaiono spesso dalle azioni e dalle posizioni della Cgil, e tanto più vogliamo che sia conservato, alimentato e reso esemplare quel modello cislino ispirato a una grande autonomia, alla centralità della contrattazione tra le parti sociali, a un pragmatismo fondato su una scuola di ricerca economica e sociale di grande livello. Il progetto velleitario della ‘grande Cisl’ di qualche anno fa e quello un po’ tanto ‘filoministeriale’ di oggi non appaiono coerenti con quel modello. In più occasioni abbiamo auspicato – e tuttora auspichiamo – una ‘competizione paziente’ tra le organizzazioni sindacali perché siamo testimoni che essa negli anni ha originato programmi e progetti unitari migliori delle singole proposte iniziali.
C’è chi pensa, con una certa dose di realismo, che il ruolo e l’autorevolezza del sindacato possano crescere tornando ad essere ‘sindacato di mestiere’, maggiormente legato agli stretti interessi di categorie e di specializzazioni professionali, senza porsi più di tanto l’ambizione e l’obiettivo di una solidarietà più diffusa. Le Acli pensano che il futuro del sindacato e la sua capacità di attrattiva, soprattutto verso i giovani, non possano prescindere dall’immaginare e perseguire una società più giusta e più partecipata, con progetti funzionali a creare lavoro e lavoro dignitoso per tutti.

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