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Il ministro degli Interni Roberto Maroni.
Ad una settimana di distanza è forse possibile una riflessione sulla vicenda di Rosarno che esca dalla dimensione emozionale e cerchi di comprendere il significato di questi fatti su cui, è inutile dirlo, bisognerà spesso tornare perché prefigurano un futuro possibile per il nostro Paese.
Il primo dato di fatto è che la presenza di un massiccio numero di immigrati in Calabria come in tutta Italia è resa inevitabile da un lato da alcune necessità oggettive del nostro sistema economico e dall'altro dalla globalizzazione economica e sociale che fa saltare le barriere non solo per le merci ed il denaro ma anche per gli esseri umani.
Il secondo dato di fatto è che a Rosarno ed in altre zone dell'Italia meridionale (ma la Calabria da questo punto di vista è di per se stessa un luogo paradigmatico) il controllo del territorio, della politica e dell'economia è largamente in mano a poteri criminali. E' ridicolo, in quelle situazioni, parlare di Amministrazioni locali sciolte per “infiltrazione mafiosa”: a Rosarno, in tutta la piana di Gioia Tauro, come pure in Campania fra Castelvolturno e Casal di Principe oppure ancora in certe zone della Sicilia, mafia ed istituzioni sono un tutt'uno, e la società civile nel suo complesso è ostaggio della società criminale, che impone le sue regole distorte con maggiore o minore violenza.
Il terzo punto, ma sarebbe quello principale, è quello espresso con molta semplicità dal Papa all'Angelus, quando ha ricordato che gli immigrati sono esseri umani ed hanno gli stessi diritti degli altri esseri umani, quelli ad esempio garantiti dalla nostra Costituzione per la dignità e la sicurezza del lavoro, della retribuzione, della casa. Chi ha visto le condizioni di quei “dannati della terra”, per citare il titolo del famoso libro di Franz Fanon sulle lotte sociali nel Terzo mondo, e tenendo a mente che il caso di Rosarno è la regola e non l'eccezione, capisce bene come in quella situazione la Costituzione, la Carta dei diritti dell'uomo e forse anche i Dieci Comandamenti sono stati aboliti o, nel migliore dei casi, disapplicati, perché semplicemente coloro che raccolgono gli agrumi e gli ortaggi di quella terra bellissima e feroce non sono riconosciuti nella loro umanità, vengono solo considerati braccia da vendere, da affittare, da usare e poi da spostare, quasi fossero soprammobili, appena non servono più.
Invece un essere umano rimane sempre tale, con il suo carico di passioni, e soprattutto con la sua incomprimibile dignità, ed è evidente che quanto accaduto la scorsa settimana è stato semplicemente il manifestarsi di un'ira da lungo tempo compressa, e che ha trovato la sua causa scatenante nel ferimento proditorio da parte di ignoti di alcuni di questi sventurati (ed è andata ancora bene, perché nella già citata Castelvolturno la camorra lo scorso anno uccise quattro immigrati in un colpo solo). Le scene di rabbia e di devastazione cui abbiamo assistito sono certo deplorevoli, ma mai come in questa occasione vale il grande messaggio della parabola evangelica della trave e della pagliuzza, poiché la forma di schiavitù istituzionalizzata cui di fatto i migranti si sono ribellati è una vergogna per il nostro Paese e per coloro che vi assistono senza dire nulla, magari cercando di alleviare le pene dei sofferenti ma senza giungere al livello di coscienza politica e civile necessaria per dare battaglia ad un sistema strutturalmente ingiusto e criminale.
A fronte di ciò dire che il vero problema è la “tolleranza dell'immigrazione clandestina” o il “buonismo” degli avversari politici è non solo una menzogna ma anche il tentativo sistematico di imporre occhiali ideologici ad una dura realtà, la realtà di una collusione diffusa fra potere politico e interessi criminali, e, più radicalmente, della carenza di senso civico che permette di accettare come un dato naturale la violazione di tutte le leggi umane e divine in nome di un quieto vivere pagato sempre più a caro prezzo.
“Noi ce ne andiamo – ha detto uno dei migranti all'atto di salire su uno dei pullman che li allontanava da Rosario – ma a voi tocca rimanere qui”. E qui sta la questione: la rivolta dei “dannati della terra” interroga in primo luogo noi, gli autoctoni, i portatori di una civiltà presuntivamente superiore, che nella rivolta disperata di quegli uomini dalla pelle diversa dalla nostra vediamo riflessa la nostra vergogna di non saper vincere i pregiudizi e le paure che rendono così ingannevole la rivendicazione di “radici cristiane” vissute solo sulla carta.
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