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FOTO - Don Luisito Bianchi.
Viboldone, questo borgo a metà strada fra San Giuliano Milanese e San Donato, ai margini della via Emilia, è veramente un "margine" da cui partire nella nostra ricerca: fin dai tempi remoti le monache benedettine, che poi furono costrette, come molti altri Ordini religiosi, ad andarsene in epoca napoleonica, piantarono qui le loro tende per contribuire anch'esse a quella corona di vita monastica che si stende da Mirasole a Vigano fino a Morimondo e Chiaravalle.
Qui vive da oltre trent'anni don Luisito Bianchi, che nella natia Cremona esercitò ruoli ecclesiali importanti come docente nel Seminario e poi Assistente ecclesiale delle ACLI cremonesi. Da lì lo chiamò a Roma don Cesare Pagani che lo volle accanto a sè come Vice Assistente nazionale del Movimento nel pieno della riforma conciliare. Un rapporto tempestoso, che si esaurì nel giro di due anni, ma che segnò profondamente il modo di intendere il ministero ecclesiastico e la vita cristiana di don Luisito, il quale, proprio a partire da qui, si decise per la vita do operaio prima e di "cappellano non ufficiale" delle benedettine poi, non volendo più vivere delle provvidenze che la Chiesa destina ai suoi sacerdoti.
Quando lo incontriamo, in un freddo pomeriggio di dicembre, don Luisito sembra schermirsi : "Non ho nulla da aggiungere – dice – rispetto a quello che ho scritto nei miei libri". Già , i suoi libri, fra cui spiccano in particolare "Come un atomo sulla bilancia", diario della sua esperienza di prete operaio, e il romanzo "La messa dell'uomo disarmato", dedicato all'epopea della Resistenza, ambedue ripubblicati di recente dall'editore milanese Sironi con sorprendente riscontro di pubblico.
Alle nostre insistenze, quest'uomo, che l'età e gli affanni della vita non hanno piegato nè reso aspro, è disponibile a ricordare le radici della sua vocazione ecclesiale e del suo impegno sociale, che peraltro riconduce ad esperienze comuni, alla nascita in un mondo contadino ormai scomparso, agli studi teologici, infine al primo impatto con la fabbrica: "Già , mentre ancora insegnavo in seminario mi vollero come assistente dei giovani lavoratori della Pirelli di Pizzighettone, ragazzi che sperimentavano sulla loro pelle la grande mutazione in atto, che era anche mutazione della Chiesa. Dopo un periodo di grande chiusura, papa Giovanni apriva porte e finestre, ed anch'io mi sentivo parte di quel rinnovamento. L'impegno alle ACLI, prima a livello cremonese, insieme a quella straordinaria figura di cristiano laico che fu Enrico Anelli, e poi a Roma erano per me l'occasione di concretizzare quello che avevo studiato e quello che avevo recepito all'interno di una grande realtà insieme ecclesiale e di lavoratori".
Ma non tutto fu rose e fiori… "Anzi. In realtà mi resi conto subito che don Cesare e Labor, pur rispettandosi, non si trovavano su alcune questioni fondamentali. Io stesso, insieme ad alcuni amici della struttura nazionale, iniziai un percorso di ricerca che si concretizzò nel gruppo informale di Ora Sesta, che si radunava a casa mia, in via dei Cappellari. Cercavamo di riflettere e di studiare, di dare centralità alla preghiera e all'Eucaristia nelle nostre vite, ed insieme di annodare le fila di un ragionamento possibile con altri uomini di buona volontà sul futuro del mondo".
Non fu possibile…"Ad un certo punto, e dico anche grazie alle ACLI e a quanto mi avevano insegnato, capii che la mia esperienza di fede, per essere completa, doveva viversi all'interno della realtà della fabbrica di cui troppo spesso si era parlato in astratto. Ne parlai con Pagani, che mi lasciò andare, e poi con il mio Vescovo di allora, mons. Danilo Bolognini, un sant'uomo, che, pur perplesso, mi lasciò libero, chiedendomi solo di scegliere una città e una Diocesi diversa da quella di Cremona. Fui fortunato, mons. Giuseppe Almici, Vescovo di Alessandria, che nella sua Brescia era stato molto vicino alle ACLI, mi accolse con grande disponibilità ".
Un prete operaio, quindi, come molti a quell'epoca… "No, direi piuttosto un prete che sceglie la condizione operaia come precisa scelta ecclesiale. Naturalmente partecipai ad alcune riunioni di preti operai: tuttavia, senza voler giudicare nessuno, ebbi l'impressione che molti di essi concepirono questa esperienza in un'ottica, per così dire, ideologica, ed infatti vi furono delle rotture. Per me invece quella era una scelta di Chiesa: nessuno mi aveva dato un mandato, ma sentivo di doverlo fare… Resistetti in fabbrica un paio d' anni, poi andai in ospedale a fare l'infermiere, ed infine me ne venni qui, fra le suore di Viboldone, come loro cappellano, anche se non sono mai stato nominato da nessuno".
Mai pensato di tornare alla sua Diocesi di origine? "Certo, mi è stato più volte richiesto, ma io ho rifiutato perchè non volevo sentirmi rotellina nell'ingranaggio di un sistema in cui non credo. Voglio dire questo: la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore i sacramenti come mezzo di santificazione degli uomini e segno della presenza di Dio in mezzo a loro. Ora, di tali beni spirituali, come pure dei beni materiali che nel tempo le sono stati conferiti, la Chiesa non è proprietaria ma semplice amministratrice, a favore dei poveri. Credo fortemente che tutti beni della Chiesa, spirituali e materiali, debbano essere amministrati e donati gratuitamente, e che quindi farsi "pagare" i sacramenti, ridurre i ministri di Dio a degli impiegati degli Istituti di sostentamento del clero sia un errore, un venir meno alla missione specifica della Chiesa".
Ma il corpo visibile della Chiesa…" La Chiesa ha ricevuto, e ogni giorno consacra, il Corpo vivo del Signore Gesù, non una dottrina arida , ma una Parola e un Corpo. Vorrei che la Chiesa sentisse la propria struttura visibile come un limite, e che non annunci se stessa ma Colui che l'ha mandata, senza pretendere di incanalare lo Spirito. I mezzi materiali, sa, sono anche dei limiti, nella misura in cui ci si affida ad essi più che al Signore…".
E le ACLI? Cosa le hanno lasciato, cosa, a suo giudizio, possono ancora fare per la Chiesa e per la società ? "Devo molto alle ACLI, e credo che abbiano ancora un ruolo come gruppo di credenti che si associa per un determinato fine. Mi piacerebbe che le ACLI sapessero farsi interpreti di questa necessità di una Chiesa non solo dei poveri ma anche povera, che faccia della gratuità la sua divisa, il suo modo d'essere".
Accompagnandomi alla porta mi dice con un sorriso : "In fondo, io non ho mai fatto nulla da me, sono stato portato per pura grazia…".
Nell'aria tagliente della sera sembra aleggiare la memoria dei monaci antichi, che non chiedevano nulla per sè ed erano disposti a dare tutto per Dio e per i fratelli. |