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Europa


La direttiva Bolkestein mette a rischio l'approvazione della Costituzione UE
Senza Francia non c'è Europa:Costituzione e welfare sono ora i cardini di Chirac
di Aldo Novellini - 21/03/2005

FOTO - L'Europa dei 25.

Il prossimo 29 maggio la Francia si recherà  alle urne per il referendum sulla Carta dell'Unione europea. Preliminarmente alla consultazione popolare si è resa necessaria una riforma della Legge fondamentale della Quinta Repubblica per rendere compatibile l'ordinamento francese con gli obblighi e gli impegni che deriveranno dall'eventuale entrata in vigore del Trattato europeo. Cosi si è provveduto a riscrivere quasi interamente il titolo XV della Costituzione, introducendo una clausola generale di trasferimento delle competenze dal livello nazionale a quello dell'Unione nonchè la potestà  di Senato ed Assemblea Nazionale di adottare mozioni verso le istituzioni europee o di investire la Corte di Giustizia, qualora si ritenga violato il principio di sussidiarietà .
La revisione è stata definitivamente approvata dal Parlamento riunito in Congresso. Il testo ha ricevuto l'assenso di più dei 3/5 dei rappresentanti, maggioranza indispensabile nelle riforme costituzionali, per evitare che sul progetto di legge dovesse venir indetto un referendum confermativo.
Nel plenum congressuale (331 senatori e 577 deputati) si sono registrati: 730 voti favorevoli, 66 contrari e 96 astenuti. A favore, i centristi dell'Udf (il partito più europeista dell'Esagono) e la stragrande maggioranza dell'Ump e del partito socialista (Ps). Le astensioni provengono da qualche gollista dissenziente della pattuglia di esponenti Ps avversa alla Carta europea. Il fronte contrario è costituito dal partito comunista (Pcf) e dal Mpf (Mouvement pour la France) di Philippe de Villiers.
Nell'espressione del voto antieuropeo, va però rilevata l'assenza del Fronte nazionale di Jean Marie Le Pen, poichè il partito risulta privo di rappresentanti in Parlamento. Autentica ingiustizia perpetrata ai danni del 15 per cento dell'elettorato da un sistema elettorale rigidamente maggioritario che penalizza chi, come l'estrema destra, è fuori da qualsiasi coalizione. In queste condizioni diventa ipocrita condannare, come fanno l'intera sinistra e la destra moderata, la grossolana condotta antisistema del Fn se poi a impedire la conquista di qualche seggio (ovvero l'ingresso nel sistema!) non è l'effettiva volontà  popolare ma il risultato di un semplice congegno elettorale. Sarebbe saggio fare qualche riflessione in proposito, altrimenti è inutile stupirsi della sempre più accentuata disaffezione al voto. Ma lasciamo da parte le considerazioni sulla legge elettorale per rituffarci nelle questioni legate all'Europa.

La riforma approvata dal Congresso contiene un particolare sul quale è bene svolgere qualche considerazione. Viene infatti previsto all'articolo 88-7, che, a parte quelle di Croazia, Romania e Bulgaria, eventuali future adesioni di altri Paesi all'UE dovranno obbligatoriamente esser sottoposte a referendum. Una disposizione che pare (e infatti lo è…) ritagliata sulla proposta di candidatura della Turchia. Un tema che divide trasversalmente le principali forze politiche transalpine e crea notevole inquietudine in larga parte della popolazione.
E'certamente legittimo rispondere in qualche maniera ai disagi dei propri cittadini ma c'è da chiedersi se l'introduzione di una sorta di diritto di veto a livello nazionale (coinvolti nel referendum sarebbero – come è ovvio - soltanto gli elettori francesi) non contrasti con lo spirito di fondo della stessa Costituzione europea. L'idea cioè che un Paese possa in completa autonomia porre dei veti senza neanche doversi consultare con gli altri partner pare fondamentalmente sballata. Meglio sarebbe spostare il problema delle nuove adesioni su un piano europeo, prevedendo meccanismi decisionali a livello di Unione. Si potrebbe immaginare un referendum sovranazionale, con doppia legittimazione: maggioranza popolare e maggioranza degli Stati.
Risulta per lo meno curioso che, incamminandosi con impegno nella realizzazione dell'Europa unita, Jacques Chirac non abbia rilevato questa contraddizione. Da un lato il percorso europeo (con tanto di futura Carta costituzionale) dall'altro il richiamo a un vetero-nazionalismo con l'auto attribuzione di un potere di veto su questioni che dovrebbero essere risolte a livello di Unione. Forse Chirac è conscio di questo problema, ma teme per la Costituzione europea, in un Esagono ove la maggioranza dei favorevoli non pare così solida da esser data per certa.
Un no di Parigi avrebbe effettivamente conseguenze catastrofiche. In pratica l'addio alla Carta dell'Unione. Se infatti sarebbe forse possibile trovar rimedio al diniego di qualche Paese (introducendo una clausola per andare avanti lo stesso con chi è d'accordo) tutto dipende dal peso politico di chi rifiuta di procedere oltre. Non tutti gli Stati hanno il medesimo peso e senza la Francia, membro fondatore dell'Europa, tutto si bloccherebbe irrimediabilmente.
Chirac avendo presente il problema, si cautela separando le due questioni. Una cosa è approvare la Costituzione, altra è dare l'assenso all'ingresso della Turchia, per il quale, si prevede appunto un referendum confermativo.Vicende diverse che è meglio tenere distinte. Anche perchè da Bruxelles si profila un'altra grana all'orizzonte: la direttiva Bolkestein, che pare esser fatta apposta per confermare tutti i possibili timori sull'Europa di domani.

Il testo, che porta il nome dell'ex-commissario europeo all'economia, l'olandese Fritz Bolkestein, stabilisce infatti la liberalizzazione di tutti i servizi all'interno dell'Unione. Quella che parrebbe una semplice e pacifica attuazione dei principi fondanti dell'Europa sin dalla firma del Trattato di Roma del 1957, contiene invece un frutto avvelenato prevedendo che la fornitura dei servizi avvenga alle condizioni del Paese d'origine. In pratica chi opera per via telematica o comunque a distanza, ed è il caso degli studi professionali (architetti, notai, ecc…) potrà  applicare condizioni (salario minimo, orario, diritti e sicurezza del lavoro) assai difformi (e ovviamente penalizzanti) rispetto a quelle del Paese che riceve la prestazione. Si tratta dunque di una misura che potenzialmente pone a rischio il modello sociale dei Paesi più avanzati, consentendo un dumping legalizzato che danneggia le imprese degli Stati con maggiori protezioni sociali e salariali. Una sleale concorrenza al ribasso con effetto di spiazzamento per larghe fette di operatori economici presenti sul mercato.
In Italia pochi vi hanno dato importanza. In Germania e, soprattutto in Francia, la classe politica è insorta all'unanimità . Jacques Chirac, forte di questo appoggio generalizzato, ha giudicato inaccettabile la direttiva, invitando il presidente della Commissione, Josè Durao Barroso, a modificarla in maniera sostanziale, estendendo deroghe (già  previste per trasporti e telecomunicazioni) a sanità , libere professioni e servizi sociali, per evitare un livellamento verso il basso della legislazione.

Oltralpe il welfare è considerato patrimonio di tutti e nessuno intende svenderlo impunemente. E poi da tempo dall'Eliseo giungono forti segnali in difesa del modello europeo, uniti a richiami altrettanto pressanti per la preservazione dell'ambiente. Non a caso, il Congresso convocato per la riforma del titolo XV, ha contemporaneamente introdotto nel Preambolo della Costituzione la tutela dell'ambiente tra i valori fondanti della Rèpublique, approvando in via definitiva una specifica Carta in materia.
Pezzo forte della Carta è il principio di precauzione, cioè la preliminare ed obbligatoria valutazione, per operatori pubblici e privati, dell'impatto ambientale di qualsiasi misura intrapresa. Viene dunque sancito che il diritto per le persone a vivere in un ambiente sano e rispettoso della loro salute è primario rispetto alle esigenze del mercato. Questo il messaggio che proviene da una Francia sempre più in controtendenza rispetto al modello liberista. Un sistema che Chirac ha affermato di considerare "disastroso quanto il comunismo".

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