![]() del 21/04/2011 - Sezione: Lavoro Economia Finanza |
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| Il nucleare dopo Fukushima | |
| Cosa cambia dopo lo stop al nucleare italiano | |
| di Riccardo Graziano | |
Il grande Montanelli diceva che è pressoché impossibile essere totalmente obiettivi, quindi è meglio dichiarare onestamente come la si pensa, in modo che il lettore possa formarsi un’opinione con cognizione di causa. Allora diciamo subito che chi scrive è contrario al nucleare fin dai tempi del referendum che lo bandì dall’Italia nel 1987, e che nel corso degli anni questa opinione non ha fatto altro che rafforzarsi. L’incidente di Fukushima non influenza quindi le considerazioni che seguono, semmai le fa tornare d’attualità. Dopo l’incidente alla centrale nipponica, tuttora in fase critica, la comunità internazionale ha auspicato una “pausa di riflessione” per valutare meglio i rischi connessi alla tecnologia nucleare: qualche commentatore ha fatto argutamente notare che è lo stesso atteggiamento adottato dalle coppie in crisi che non trovano il coraggio di lasciarsi e, aggiungiamo noi, in entrambi i casi è sempre la spia di un malessere già esistente. Non a caso, si tratta praticamente di quello che chiedono da anni tutte le organizzazioni ambientaliste, Greenpeace in testa, perlopiù inascoltate. In mezzo al coro unanime di dichiarazioni prudenti, per un attimo è squillata la nota stonata dell’Italia, come al solito in controtendenza, che per bocca del Ministro dell’Ambiente (?) Stefania Prestigiacomo ha dichiarato che il nostro Governo avrebbe proseguito sulla strada del nucleare. Ora, in un Paese normale questa dichiarazione sarebbe stata magari appannaggio dei ministri che si occupano di politiche industriali o di ricerca, ma visto che da noi entrambe le cose non sembrano far parte dell’agenda politica, è toccato al Ministro della Giustizia e a quello degli Esteri, anche se non si capisce cosa c’entrino, ribadire le dichiarazioni della collega, con un atteggiamento che pareva più rivolto a mostrare fedeltà alla linea del premier che a occuparsi della sostanza dei fatti. Tant’è vero che pochi giorni dopo (magari a seguito di qualche sondaggio fra gli elettori?) il Governo faceva uno dei suoi tanti dietro-front, allineandosi alla linea di condotta degli altri Paesi. O forse i ministri erano stati fraintesi, come al solito. L’unica certezza è che al momento il “programma nucleare” italiano è stato stoppato, ammesso che fosse realmente partito. Ma in cosa consisterebbe tale programma? Su questo vale la pena fare un po’ di chiarezza, ed è quindi necessario fare un passo indietro. Probabilmente molti ricordano l’accordo siglato in pompa magna fra il nostro Primo Ministro e il raggiante Sarkozy, che prevedeva la costruzione nel nostro Paese di quattro reattori nucleari EPR, versione leggermente aggiornata della tecnologia francese vecchia di quarant’anni e che i cugini d’oltralpe ormai non riuscivano più a sbolognare a nessuno, prima che arrivasse il nostro ineffabile Presidente del Consiglio a spalancare i cordoni della borsa (coi soldi nostri, ovviamente). Per inciso, l’unica altra centrale EPR “in costruzione”, quella che la francese Areva ha in appalto dal governo finlandese, ha visto aumentare i costi da 3,2 a 5,5 miliardi di euro e procede con una lentezza incredibile, procurando perdite enormi all’azienda transalpina, dal momento che quei pignoli degli scandinavi pretendono norme di sicurezza elevatissime e con i loro controlli hanno rilevato più di 2.000 “non conformità” nell’esecuzione dei lavori, scaricando responsabilità e costi dei ritardi sulla ditta appaltatrice. Cosa succederebbe da noi? I controlli sarebbero rigorosi come quelli dei finnici? E su chi graverebbero i costi di eventuali ritardi? Lasciamo a ognuno la sua risposta. D’altro canto, quello che probabilmente molti ignorano è il contenuto del Dl 99 del 23 luglio 2009, che –in una miscellanea di cose disparate, come ormai (mal)costume di molti provvedimenti dell’attuale esecutivo- all’art 25, “Delega al Governo in materia nucleare”, prevede sostanzialmente che ogni decisione in merito al dislocamento degli impianti, sia quelli produttivi che quelli di arricchimento del combustibile o di stoccaggio delle scorie, venga presa esclusivamente a livello centrale, esautorando ogni altra istituzione o autorità del territorio, alla faccia del federalismo. Di più: i siti potranno essere dichiarati di interesse strategico nazionale e sottoposti “a speciali forme di vigilanza e di protezione”, ovvero militarizzati, tanto per mettere a tacere eventuali dissensi delle popolazioni locali. Non esattamente quello che si dice un modello di condivisione democratica delle scelte, e ancor meno garanzia di trasparenza nella gestione degli impianti: tanto per dire, a Fukushima i dati sull’inquinamento radioattivo nei pressi della centrale sono forniti dalla stessa azienda proprietaria, da noi come andrebbero le cose? Per saperlo basta vedere quanto succede già oggi in Piemonte, dove sono (malamente) stoccati i due terzi di tutte le scorie radioattive prodotte da quel poco di nucleare che si è fatto in Italia a partire dagli anni sessanta, pur senza mai raggiungere la produzione industriale: come denunciato dalla consigliera regionale Cerutti, nei giorni scorsi un treno carico di materiale radioattivo diretto in Francia per essere riprocessato ha attraversato il territorio della nostra regione, senza che nessun membro della giunta Cota si sentisse in dovere di informare la popolazione o di approntare eventuali misure cautelative. Un chiaro indice di come verrebbero gestite le questioni nucleari qui da noi, sia per quello che riguarda l’ordinaria amministrazione che per le eventuali emergenze, purtroppo non così infrequenti. Vale la pena ricordare che anche nel rigorosissimo Giappone questo non è il primo incidente: ne era già avvenuto un altro, il 30 settembre 1999, nell’impianto di fabbricazione di combustibile nucleare di Tokaimura. Qui, contravvenendo ai disciplinari di sicurezza, venne miscelata una quantità di uranio cinque volte superiore al consentito. Le immagini diffuse all’epoca mostrano un violento lampo blu, inizio di una reazione nucleare a catena con forte emissione di raggi gamma che obbligò tutti all’evacuazione. Per evitare che tale reazione potesse degenerare, dopo 20 ore tre tecnici rientrarono per separare i materiali fissili, ben consci dei rischi a cui andavano incontro: a causa dell’elevata esposizione, due di essi morirono, mentre il terzo si salvò solo dopo molte cure ospedaliere. Un sacrificio che consentì di disinnescare quello che era finora il terzo incidente più grave mai avvenuto, prima di venire superato da quello attuale, dove nuovamente molte persone rischiano di immolarsi nel tentativo di impedire la fusione del nocciolo radioattivo per surriscaldamento: veri kamikaze moderni, difendono la patria da una minaccia nucleare che stavolta hanno prodotto loro stessi. Senza dimenticare gli altri due incidenti in cui si è rischiata la fusione del nocciolo, a Three Mile Island (USA) nel 1979, fortunatamente senza vittime, e a Chernobyl nel 1986, con 65 vittime accertate e stime di mortalità che variano da 4.000 a qualche milione di morti riconducibili alle conseguenze dell’esposizione alla radioattività. Cifre e dati che già prima avrebbero dovuto indurre a una “pausa di riflessione”, mentre magari si potevano incanalare le ingenti risorse che richiede la produzione di energia dall’atomo verso le fonti rinnovabili, sicure, pulite, disponibili pressoché ovunque e la cui filiera è in grado di creare un numero di posti di lavoro sicuramente più elevato. Quanto al nucleare, riflettendo bene, è probabile che l’opzione più sicura sia una sola: non farlo. |
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